martedì 4 settembre 2012

I mondiali dell'Olanda: rivoluzioni e secondi posti (I parte)

Mondiali di calcio in Germania Ovest del 1974. Mio padre è tesissimo durante una Italia - Polonia decisiva per il passaggio del turno eliminatorio. Ad un minuto imprecisato del primo tempo mia mamma ha la nausea. L’Italia, in effetti, giocava da voltastomaco, ma non era quella la causa del malessere. Il motivo ero io, che nelle profondità uterine stavo organizzando le mie 23 coppie di cromosomi in qualcosa di più serio di un grumo di cellule e, con i mezzi a mia disposizione, lo manifestavo al microcosmo familiare. Fu così che mio padre seguì la moda di quei giorni e mandò al diavolo Valcareggi (pur senza entrare nella storia come Chinaglia), corse in farmacia per acquistare una test di gravidanza e sciolse per sempre la tensione del tifo in felicità genitoriale, scoprendo che il calcio era relativo negli stessi giorni in cui tutto il mondo lo consacrava come totale.
Questa del calcio totale è, come il cannocchiale, l’affettatrice meccanica, la commestibilità delle patate e la pacifica convivenza tra chiese calviniste e quartieri del sesso, una invenzione olandese. A dirla tutta anche la stessa Olanda è una invenzione degli olandesi, che in una loro personalissima conquista del west, con un complesso sistema di dighe e sbarramenti, rubarono chilometri quadrati al mare, agli acquitrini e alla malaria  e in quegli spazi si stabilirono. 
E il concetto di spazio è il grimaldello per la comprensione del calcio totale e l’ossessione che ne giustifica il successo. Se la skyline di una città come New York, con i suoi grattacieli e gli impiegati che al loro interno compilavano pratiche attendendo la domenica, giustificarono la nascita del gioco del cruciverba, il piatto confine dei paesi bassi e i geni ereditati dai coraggiosi batavi diedero vita ad un football architettonico che realizzò la fusione tra la linea orizzontale, costante presenza ad un popolo che vive sotto il livello del mare, e la linea verticale che con uno scarto di 90 gradi dall’orizzonte si lancia come una freccia avvelenata in direzione dell’area di rigore, in quelle che diverranno famose come verticalizzazioni.
“Crea lo spazio, occupa lo spazio, organizza lo spazio” è il motto del calcio olandese che si incide ovunque sui Mondiali del 1974 in Germania Ovest. Ovunque tranne che sulla Coppa del Mondo. 

La nazionale dei tulipani in quell’anno, però, non partiva da favorita. Lo spogliatoio diviso in due blocchi assomigliava ad una santabarbara pronta ad esplodere per una minima scintilla. Da una parte l'esca dei giocatori dell’Ajax, club della raffinata borghesia di Amsterdam, dall’altra la pietra focaia dei giocatori del Feyenoord, la maschia squadra dei portuali di Rotterdam.
Per tenere assieme queste due anime fu chiamato Rinus Michels, ex allenatore dell’Ajax che mieteva successi nelle competizioni europee per club dei primi anni ‘70. Era detto il generale e, a rivelare compiutamente le geometrie del calcio totale, imponeva il suo verbo ai giocatori: “tutti devono sapere cosa fare in qualsiasi zona del campo”. Aveva due sole regole: la prima diceva che l’allenatore ha sempre ragione. La seconda: quando l’allenatore ha torto, si applica automaticamente la prima regola.
Un originale poster di Crujiff
Facile immaginarselo in posa equestre mentre comanda dall'alto di una collina un indimenticabile undici di giocatori, tra cui spiccava il talento soprannaturale di Joan Cruijff, prototipo del giocatore totale: polemico, anticonformista, narciso, bello in campo e fuori. È il perno su cui gira la combinazione tra individualismo e collettivismo che farà grande l’Olanda. C’erano poi Neeskens, Rud Krol, Haan, Rep e uno dei giocatori più amati dagli olandesi, un autentico numero due alle spalle del divino Crujiff: Wim van Hanegem, detto lo Storto. È l’antitesi di Joan, forse la sua nemesi: bandiera del Feyenoord, lento nei suoi movimenti ingobbiti, un carattere lupesco e sarcastico, poco incline alle pubbliche relazioni, ma invaso dal dio dell'assist e con un piede al servizio di abilità illusionistiche per estrarre dal cilindro spazi impensabili ai compagni a cui restava soltanto di svelare il trucco, depositando il pallone in fondo al sacco di una concretissima rete. All’inizio del torneo Van Hanegem non sa ancora che il destino ha in serbo per lui una delle sue trovate più crudeli e beffarde. A completare quello che può sembrare uno sgangherato assembramento di fotomodelli capelloni arriva la ciliegina sbilenca sull'improbabile torta all'arancio: la convocazione del portiere semi professionista Jan Jongbloed. Per lui Gianni Brera, che non amava il calcio totale, non ebbe bisogno di indugiare a lungo nella sua inesauribile collezione di appellativi. Lo soprannominò il tabaccaio, in quanto era questo il vero mestiere di Jongbloed quando Michels gli chiese di vestire la maglia di terzo portiere per i mondiali del 1974. La convocazione  di questo 33enne portiere anarco surrealista lasciò tutti esterrefatti, compreso il convocato e quando nelle partite pre mondiale venne schierato titolare alcuni storsero il naso e gli altri risero forte. Jongbloed era sgraziato al limite della goffaggine e alcune sue caratteristiche (la magliette color giallo canarino, le ginocchiere bianche, la scelta di parare a mani nude con un incongruo numero 8 sulle schiena) sembravano giovare solo al suo folle personaggio.  Jongbloed, tuttavia, giocava benissimo coi piedi, fuori dai pali e in posizione di libero. Perfetto per quello che Michels voleva da un portiere. Alla fine del mondiale risultò il numero 1 meno battuto della competizione.
Jan Jongbloed

Il torneo inizia per l’Olanda con un cammino regolare. Vince agevolmente il girone eliminatorio e meraviglia in quello di semifinale, regolando con 4 gol l’Argentina, affondando con un 2-0 la Germania Est e presentandosi da favorita alla partita decisiva con i campioni in carica del Brasile. La partita fu la consacrazione del calcio totale. I brasiliani, costretti a ballare la samba fuori tempo dall’atletismo olandese tutto rock and roll, si comportano come ballerini ai primi passi, pestando in continuazione i piedi al partner. I verde oro non vedono palla, si innervosiscono, assestano mazzate come un Galles qualunque e, complice un arbitraggio condiscendente, la buttano in rissa. L’Olanda non si lascia intimorire, spezza il pane del football totale e vince 2-0 con gol di Neeskens e Crujiff. 
In finale una Olanda acciaccata dai pestoni carioca incontra i padroni di casa della Germania Ovest. È La forza irresistibile del calcio totale che lotta contra l’immobile resistenza della tradizione all'italiana. Per Wim Van Hanegem, lo storto centrocampista dai piedi fatati, però, non è solo la partita di calcio più importante della carriera. Nel settembre del 1944, infatti, il neonato Van Hanegem si è salvato da un furioso bombardamento nazista che accanendosi contro lo sperduto villaggio che abitava, gli ha ucciso il padre, un fratello e due sorelle. Da allora il subconscio lavora in lui con regolarità implacabile. Egli non vuole vincere la Coppa del mondo, vuole vendetta. Il boato dello stadio di Monaco dovette rievocargli il rombo degli aerei da caccia sul proprio villaggio, gli sembrò forse di rivedere nel manto erboso il luccichio del pelo di belva che gli latrava a pochi metri dal viso con denti d’acciaio e che sul punto di addentarlo lo risparmiò, portandosi via in cambio metà della sua famiglia. Negli spogliatoi esorta i compagni a “schiacciare i tedeschi” e la squadra lo prende in parola. Batte il calcio di inizio, realizza una nenia di 15 passaggi consecutivi in orizzontale, consegna il pallone a Crujiff che si fionda in area di rigore e lì viene atterrato.
È rigore che Neeskens trasforma in gol. L’Olanda è in vantaggio al primo minuto di gioco e la Germania non ha nemmeno toccato palla, in una perfetta apoteosi del calcio giocato dall’Arancia Meccanica olandese. L'accostamento non è peregrino. Come nella pellicola di Kubrick c’è qualcosa di nietzschiano nel luminoso dinamismo della squadra olandese, nel furore del pressing e nel selvaggio moto continuo di giocatori che si scambiano di posizione in un eterno ritorno all’uguale 4-3-3 di partenza. È Dioniso che gioca a pallone. Ma la Germania è pur sempre la patria di Nietzsche. Sotto di un gol, ci pensa un terzino ad alta densità filosofica, se non altro per la sua folta barba da presocratico, a rimettere a posto le cose. Si chiama Paul Breitner e occupa la fascia sinistra nel calcio e nella vita (in quest’ultima aggirandosi dalle parti di Mao). Quando si presenta l’occasione dal dischetto del rigore sceglie Occam e con una rasoiata dagli 11 metri recide la fantasiosa baldanza olandese. Sul punteggio di parità l’oscuro Berti Vogts pedina stretto il divino Crujiff con marcatura blasfema che ne dimostra per una notte l’inesistenza. Una notte sola, ma quella giusta. L’Olanda gira a vuoto intorno alla ferrea volontà di vittoria tedesca. Sul finire del primo tempo, il rapace Gerd Muller recupera un pallone che sembrava perso, indica con una finta a Jongbloed lo scaffale più alto della tabaccheria e lo lascia di sasso rubando dal bancone il bottino grosso: una coppa del mondo. Al termine della partita le lacrime più amare, lacrime da bambino, da incubo infinito, furono piante da Win Van Hanegem. A chi provava a consolarlo rispose: “non mi interessa se abbiamo giocato bene, loro hanno ucciso la mia famiglia, io li odio.” Sulle consolazioni dei secondi si fece poche illusioni anche Crujiff che congedò i mondiali del calcio totale con una frase perfetta: “Noi fummo i migliori, ma loro furono ancora meglio.”
Lo storto Van Hanegem

Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
 http://www.storiedicalcio.altervista.org/calcio_totale_olanda.html
http://calcioolandese.blogspot.it
http://calciatoricapelloni.wordpress.com
http://www.ciociari.com/Eco72/olanda.htm
http://www.youtube.com/watch?v=DsnK_4IWBWc
La rivoluzione dei tulipani di Alec Cordolcini Ed. Bradipolibri

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