martedì 13 dicembre 2011

Forse non tutti sanno che...

“Il divino è senza sforzo” (Eschilo)

Un dialogo d’ascensore tra occasionali compagni d'ascesa: “Mah, da tre giorni piove che il Demiurgo la manda!” “Eh, ma per le campagne questa è una benedizione del Primo Eone”.
Se vi sentite spiazzati è solo perché 1.700 anni fa lo gnosticismo ha perso la sua battaglia col cristianesimo.
La gnosi è una religione ad alta densità filosofica organizzata come una enorme matrjoska soprannaturale che comprende una trentina di dei riuniti nel Pleroma, un Olimpo che parte dal dio Primo (Il primo Eone) e scende giù giù in coppie di Eoni (tra cui anche Cristo e lo Spirito Santo) fino ad arrivare al mondo fisico, corrotto ed oscuro. La realtà che conosciamo è il frutto di una caduta cosmica e l’universo che abitiamo è stato creato da un Demiurgo, un dio vendicativo e malvagio, che viene identificato con lo Yahweh  del Vecchio Testamento. In questo abisso, lo gnostico utilizza la conoscenza come una chiave che lo libera dalle catene che lo tengono legato al mondo e alla natura. Lo gnostico, quindi, opera una netta distinzione tra gli illuminati e il resto degli uomini che non hanno la conoscenza della verità e che, addirittura, adorano il Demiurgo. 
Sebbene sia di tutta evidenza che la gnosi non sia l’argomento più dibattuto davanti alla macchinetta del caffè in ufficio (e a dirla tutta dubito che assicuri successo ai blog che ne trattano), esistono  due libri vendutissimi che per pura casualità sono anche due opere seconde nel campo del romanzo. Si tratta di “A che punto è la notte” di Carlo Fruttero e Franco Lucentini e di “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco. Sono romanzi che pur dimorando all’ombra del libro che li ha preceduti hanno macinato riedizioni e recensioni. 
“A che punto è la notte” esce nel 1979, 7 anni dopo l’enorme successo di “La donna della domenica” , il romanzo che rivelò la ditta dei versatili Fruttero e Lucentini. Il libro racconta, nelle forme classiche del giallo, della Torino di fine anni '70 in cui si consumano tre omicidi. Il primo è quello di un prete non convenzionale che dopo aver declinato in modi e forme bizzarre le conclusioni del Concilio Vaticano II, ripiega sul misticismo gnostico e si lancia in prediche apocalittiche dall’alto di una torre allusiva e misticheggiante, in una chiesa in penombra, rischiarata solo dal fuoco della Conoscenza e dal lampo dell'esplosione di un cero che il sacerdote tiene in mano durante una delle sue teatrali performance oratorie.
Il secondo omicidio è quello di un carabiniere sotto copertura che prima di essere ucciso a bordo della propria auto ha il tempo di lasciare scritto sul cristallo appannato del parabrezza un messaggio riconducibile allo gnosticismo. Del terzo omicidio non dirò, per non gustare la sorpresa ad eventuali lettori.
Ad indagare sull’intricatissima storia è chiamato il commissario Santamaria che è la figura cardine sui cui si imposta la visione letteraria e di genere di Fruttero e Lucentini. Quello che piace, infatti, al di là della trama avvincente e delle soluzioni stilistiche, è che in questo romanzo la gnosi è in opposizione al giallo e il detective si trova al polo opposto dell’iniziato. Santamaria, infatti, come tutti gli investigatori, deve spingersi a scoprire le leggi che regolano il ritmo del mondo e a ridare loro un ordine che ci riconcili con il concetto di giustizia e di bene. Il nostro commissario  procede nell’indagine in maniera bonaria, umanissima, autoironica. Usa il disincanto come una mistica e fa balenare i bagliori di un’intelligenza dimessa e rassegnata all’assurdo, ma comunque capace di rischiarare il mondo, anche solo quello di una grande città del nord Italia e di alcuni suoi abitanti.
La soluzione dell’enigma avverrà grazie ad un impiegato di una casa editrice (la penna di F&L si affila in pagine memorabili anche sul mondo editoriale e su certi cliché culturali), ad uno dei primi calcolatori e alla decifrazione del messaggio del povero carabiniere. E sarà un finale tutt’altro che mistico, perché andrà a toccare il totem del boom economico ed industriale italiano. O forse mi sbaglio e la gnosi, vista come sistema di potere esclusivo ed elitario, è anche metafora del sistema industriale italiano. In fondo anche dio  (demiurgo pasticcione o signore degli eserciti che sia) per creare il mondo ha avuto bisogno di dire FIAT.

Le ultime delle oltre 600 pagine di “A che punto è la notte” sono affidate all’Eterno presunto in persona e ribadiscono il tratto caratteristico di Fruttero e Lucentini: quell’amabile fermarsi sulla soglia delle grandi questioni (Dio, l’Amore, il Bene, il Male) per poi aprire la porta con una chiave a caso, vivendo sempre come se si vivesse tra parentesi, con l’affettuosa e bonaria ironia che è distintiva di chi ama i generi popolari. 
Di fronte al plotone d'esecuzione comandato dal dubbio, insomma, i nostri autori rifiutano la benda, fissano negli occhi i fucilieri e li incantano con il vecchio trucco del racconto.
Dalla parte opposta, armato di proiettili di scetticismo a grande calibro, potrebbe stare Umberto Eco con il suo “Il Pendolo di Foucault”, un romanzo del 1988 che segue l’enorme successo di “Il nome della rosa”. La storia si dipana per oltre 700 pagine ed è ambientata tra il Piemonte, il Brasile e Milano. Protagonisti sono tre redattori milanesi contemporanei agli anni di uscita del romanzo, persi tra dandismo e fascinazioni esoteriche. I tre, con l’aiuto di uno dei primi personal computer e a partire da un documento criptico,  giocano a  riscrivere a tavolino la storia del mondo, come la riscriverebbe un seguace dell’ermetismo e dello gnosticismo. Il loro divertimento finirà per essere preso rovinosamente sul serio, fino ad un tragico finale. 

Facendo confliggere illuminismi e tradizioni Eco imbastisce una fiera della spiritualità occulta in cui si gratta fino il fondo del barile gnostico: catari, templari, riti animisti, homuncoli, Aleister Crowley, Madam Blavatsky e la Compagnia di Gesù in un delirante girotondo enciclopedico. La tesi da dimostrare è comunque una sola:  la vera empietà è quella che si commette ai danni della ragione. All’abituale vertigine affabulatoria convergono miti, citazioni, rimandi (tra cui anche un rapidissimo accenno al giallo di Fruttero e Lucentini), mentre si affollano le descrizioni degli iniziati ai segreti ermetici con le loro intese cifrate, le lotte furibonde per risibili questioni, i loro gadgets lessicali, il loro incedere superbo per la strada che conduce dalla poesia alla cronaca nera, dall’esoterismo ai servizi segreti (ovviamente a quelli deviati).


"Il pendolo" è evidentemente un pamphlet scagliato da un abile pilota a folle velocità contro lo spirito iniziatico. Contiene  alcune tesi condivisibili, come quella che lega lo gnosticismo al complottismo, ma in più parti  risulta urticante, per l’assenza di leggerezza e per le rasoiate di Occam inferte a tradimento anche alla ricerca più seria, visto che per tutto il romanzo gli iniziati non sono altro che dei ribaldi e il loro entusiasmo è ottusità. L’irritazione continua almeno fin quando non ci si accorge che la storia narrata nel Pendolo di Foucault si è poi avverata con il romanzo di Dan Brown “Il codice da Vinci”,  un best sellers che riprendeva una improbabilissima tradizione gnostica, sostenuta da indizi risibili e infarcita di suggestioni rinascimentali, che ha rischiato davvero di riscrivere la storia, costringendo la Chiesa cattolica a doversi difendere pubblicamente dallo sgomento dei suoi stessi fedeli.
Curiosamente "Il pendolo di Foucault" termina come una storiellina zen, la disciplina buddhista più vicina allo gnosticismo che io conosca. 
Il profitto più grande, comunque, che si può trarre dal "Pendolo.." è l’allerta nei confronti dell’interpretazione infinita in cui indulgono spesso i saperi ermetici, quella che, ad esempio, potrebbe portare a pensare che due opere seconde che parlano di gnosi per oltre 1.300 pagine debbano essere sotterraneamente collegate fra loro per rivelare solo ad una stretta cerchia la cifra di saperi solennemente occultati. Magari evidenziando che gli anni che separano "A che punto è la notte" da "Il pendolo di Foucault" sono 9, numero caro ad Ermete Trismegisto, che entrambi i romanzi si sviluppano a partire da messaggi che sembrano gnostici, ma si rivelano per qualcosa di molto più banale o che in tutte e due le trame parte importante hanno le luciferine intelligenze artificiali e la consorteria delle case editrici. Si potrebbe aggiungere, poi, che l’anagramma (arte affiliata alla sapienza ebraica della cabala) dei cognomi degli autori è “Furente in iter occulto” e che i luoghi piemontesi descritti nei libri sono stati sotto l'influenza della stirpe regale dei Merovingi, la discendenza gnostica di Gesù e la Maddalena. Potremmo essere quindi spinti a domandarci: sono solo coincidenze?
Preparatevi, perché se lo sanno quelli di Voyager risponderanno, ovviamente, di no e ci ricorderanno di pagare il canone RAI per raccontarcelo, come se non vi avessi avvertito.


Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:

A che punto è la notte di Carlo Fruttero e Franco Lucentini ed. Mondadori
Il Pendolo di Foucault di Umberto Eco ed. Bompiani

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mercoledì 9 novembre 2011

Quando a Biancaneve piaceva la matematica

Chi ha definito intelligenti le armi esplose nelle guerre dell’ultimo ventennio ha deciso di esibire le insegne celebrative della ragione umana anche sulle forme panciute di una bomba. Scelta infelice se è vero che, pur  rombando coi motori del raziocinio, gli ordigni si sono abbattuti ugualmente e con impressionante frequenza su ospedali e  civili.
Chissà cosa ne avrebbe pensato Alan Turing di questa tecnologia che, mentre si fregia di caratteristiche umane, mostra i segni insorgenti dell’istintualità più primitiva, quella che conduce all’autodistruzione. Lui che spese la vita per sciogliere i nodi dell’intelligenza umana e che fu l’unico, nel pieno della ferocia della seconda guerra mondiale, a creare delle bombe veramente intelligenti.

Nel 1940, infatti, Alan Turing era un giovane matematico arruolato in una squadra di tecnici, scienziati ed ingegneri riunita a Bletchley Park, nella campagna londinese, con un compito ben preciso: decifrare i messaggi radio dei nazisti.  La Germania, ormai da diversi anni, utilizzava per le proprie comunicazioni militari una macchina cifratrice inattaccabile, detta Enigma, basata su un complesso sistema di rotori, lampade e tasti in grado di produrre diversi miliardi di combinazioni.
L'Enigma
Gli inglesi riuscirono a violarne il codice proprio grazie ad Alan Turing, un personaggio eccentrico, noncurante delle convenzioni ed omosessuale dichiarato. Turing aveva trascorso una adolescenza complicata, nella rigida Inghilterra vittoriana. La matematica pura era diventata il suo codice per accedere al territorio dell’indipendenza dalla cose umane. Lo affascinavano il carattere immateriale dei numeri primi e il gioco degli scacchi ed era attraversato da lampi di intuizione che ne illuminavano il genio. Pur essendo giudicato poco più di un disordinato pasticcione dai suoi professori, raggiunse indipendentemente e quasi da autodidatta la dimostrazione di teoremi di matematica superiore. All’Università di Cambridge, dove conseguì il dottorato, nella storica divisione degli studenti tra esteti ed atleti, faceva parte a sé. Non praticava sport (ma in seguito avrebbe corso la maratona con tempi olimpici) e non si interessava di politica attiva. Aveva grande dignità di sé e non riusciva a sottomettersi ai numerosi rituali accademici, che non approvava. Quando entrava in confidenza con qualcuno non faceva mistero della propria omosessualità e per questo finiva per essere isolato. Nella sua logica binaria del tutto o niente, voleva essere accettato per quello che era. Un rischio non da poco  in un mondo in cui la questione omosessuale veniva, semplicemente, taciuta. Era, insomma, un timido che si era creato una magnifica e dolente autosufficienza, come quei bambini che giocano per ore da soli e, persi nel loro gioco, finiscono per non prestare orecchio all’arrivo di una vecchia zia cerimoniosa. Non potendo essere un ribelle affrontava quel mondo formale eludendolo e senza opporvisi apertamente, se non con qualche eccentricità, come accogliere i suoi studenti con l’orsacchiotto che si era fatto regalare per un Natale dei suoi 20 anni.

Alla fine degli anni ’30 pubblicò a suo nome "On computable Number”  un articolo che dava risposta ad uno dei problemi di matematica rimasti insoluti elencati da Hilbert. Scoprì di essere arrivato ancora una volta secondo (Alonzo Church lo aveva  preceduto di pochi mesi), ma lo studio conteneva la prima ipotesi di una macchina universale che, adeguatamente istruita, avrebbe potuto eseguire compiti normalmente realizzati del cervello umano. Lo sguardo infantile di Alan si era posato sul problema filosofico – matematico delle macchine capaci di manipolare i simboli e in grado di comportarsi in automatico su una tavola di comportamenti di dimensioni finite. Paragoni tra cervello e macchine, in verità, ne esistevano a dozzine, ma Turing aveva per la prima volta intrapreso l’avventurosa ipotesi sul calcolatore umano, gettando un ponte tra la matematica astratta pura e il reale. Al momento la questione restava nel mondo filosofico, ma sarebbe entrata presto nel mondo pratico con la violenza di milioni di morti. Fino al 1940 la strada della libertà che aveva scelto Turing non era l’antifascismo, ma l’impegno verso il proprio mestiere. Queste due strade, però, in quell'anno si incrociarono.

Una delle bombe di Turing
Alan Turing, infatti, approdato a Bletchley Park, mise a punto le sue formidabili bombe, ovvero delle macchine in grado di riprodurre la disposizione dei rotori dell'Enigma. Fu aiutato in questo da una incredibile leggerezza dei tedeschi che cifravano con l’Enigma anche le comunicazioni meteo. Bastò così mettere le mani su una stazione di trasmissione (molto meno protetta rispetto agli U -boot ) per farsi un’idea della posizione dei rotori. Le bombe giravano a forte velocità  e, a metà  tra un vorticoso gioco del meccano e un oracolo della cabala, si fermavano nel momento in cui avevano riprodotto il messaggio in codice tedesco.

Alan, ad appena 28 anni, aveva posto così uno specchio dietro le carte del nemico. Uno stratagemma che consentiva alla sua nazione di conoscere le mosse e prevenire le intenzioni dei nazisti con effetti immediati sulla regolarità dei rifornimenti navali e sul risparmio di vite umane. Le bombe funzionavano talmente bene che alcune volta gli inglesi erano costretti a non intervenire per non destare sospetti.
Precauzione inutile, perché i nazisti avevano in Enigma la stessa fede che riponevano nelle spedizioni in Tibet per trovare il luogo in cui il Re del Mondo giocava a nascondino. Fino alla fine della guerra, così, ricorsero all’eterna paranoia dei militari per spiegarsi gli insuccessi nella Manica: il tradimento da parte di qualcuno dei servizi segreti.
Non che l’esercito  inglese fosse più lungimirante con Turing e colleghi. Accettarono di malavoglia e per le pressioni di Churchill che la gerarchia delle intelligenze matematiche si contrapponesse alla loro. E Turing con le sue indolenze, il suo aspetto trasandato, il suo genio era proprio il tipo da rendere pazzi i militari. Una volta decise di imparare l’uso delle armi e partecipò alle esercitazioni della Guardia Civica. Nel compilare il modulo di iscrizione rispose alla domanda: “Vuoi entrare a far parte della Guardai Civica?” con un NO. Nessuno se ne accorse e quando Alan fu soddisfatto della propria perizia col fucile, abbandonò tutti nel pieno rispetto delle regole. 

Con l’ingresso in guerra degli Stati Uniti le attività di decrittazione persero parte della loro importanza, che era soprattutto difensiva. Era venuto il momento della forza bruta e questo non era congeniale a Turing, né era quello che gli chiedeva la nazione. Adesso l’Inghilterra pretendeva che su tutta l’attività di Bletchley Park permanesse la segretezza, e continuasse la dissimulazione. Un peso che Alan avrebbe portato senza problemi, ma che inevitabilmente si sommava a quello della sua vita privata e che finì per provarlo. Ancora una volta, a guerra finita, ragioni superiori misero in secondo piano il suo merito che rimase ignoto ai più.


Nel dopoguerra Turing fu chiamato a lavorare all’ACE, un primo modello di calcolatore di cui teorizzò le funzioni, insistendo particolarmente sull’importanza del software e del computer come macchina universale. Per dimostrarlo, con il solito suo animo sospeso tra il sofisticato e l’infantile realizzò un programma che generava lettere d’amore e portava spesso l’esempio di un calcolatore in grado di giocare a scacchi. Il progetto si arenò e finì per essere portato su lidi ben lontani da quelli teorizzati da Alan che nel frattempo era stato catturato da un interrogativo inquietante: può una macchina pensare? Ponendo quella domanda Turing nuotava controcorrente. Non voleva, infatti, innalzare le macchine al rango di essere umani, ma ridurre le facoltà umane della ragione a processi logici, basati sui meccanismi di premio e punizione, che anche una macchina potrebbe riprodurre; allo stesso modo di un essere umano che riceve informazioni da un insegnante ed elaborando queste informazioni, apprende. Mentre tutto il mondo lavorava per avere macchinari infallibili e quindi stupidi, Turing teorizzava una macchina fallibile, ma in grado di consapevolezza. Era un modo del tutto originale e pragmatico per sciogliere il nodo delle mille definizioni di intelligenza. Un modo disastroso dal punto di vista commerciale, ma una intuizione da cui pare che le neuroscienze odierne abbiano tratto profitto. Ovviamente si tirò dietro una sfilza di reazioni, soprattutto da filosofi e pensatori credenti,  ma anche dal mondo accademico umanistico. Tutti si fecero scudo con Omero e Shakespeare, ma elusero la questione al fondo della domanda, che ancora oggi rimane aperta. 


Gli interessi di Turing all’inizio degli anni ’50 si erano spostati intanto sulla fisiologia umana, ma era giunto  un momento cruciale della sua esistenza. Nel 1951 mentre passeggia per Manchester nel quartiere degli omosessuali, mise gli occhi su Arnold, un giovanotto molto più giovane di lui e di una classe sociale medio bassa. Se ne innamorò, ma dopo aver trascorso alcune notti in sua compagnia, si accorse che mancavano da casa degli oggetti. Quando decise di denunciare il furto alla polizia, con leggerezza paragonabile a quella dei tedeschi con l’Enigma, ammise anche la propria omosessualità, sottovalutando il fatto che all’epoca questa era considerata una malattia mentale e per la legge addirittura un reato. Finì sotto processo con grande scandalo. Sembrò curarsene poco e si difese a modo suo, dicendosi certo di non aver fatto nulla di male e scrivendo una lettera ad una deputata perché intervenisse a cambiare la legge. A sostegno di questa richiesta portò la circostanza dell’omosessualità del  figlio della stessa rappresentante alla Camera. Non c’è da stupirsi se non ricevette alcuna risposta. Il suo atteggiamento venne preso come una piena confessione (e in fondo lo era) e gli costò una pena inumana: la castrazione chimica che lo rese impotente e gli procurò anche la crescita del seno. Nonostante l’ostracismo che gli riservò buona parte del mondo accademico, in pieno stile Turing, egli non aveva remore nel parlare del processo e continuò a recarsi all’estero per le sue avventure sessuali, classificando i suoi amori su una ironica “scala di Arnold”. Il colpo, però, doveva essere stato forte. Nel giugno del 1954 la governate che lo accudiva in casa lo trovò adagiato composto sul letto. L’ultimo gesto di Alan Turing era stato di una tenerezza commovente e disperata. Come la protagonista della sua favola preferita aveva morso una mela avvelenata nel cianuro di potassio. Con un perfetto inchino, ad appena 42 anni, Turing diceva addio all’innocenza perduta e alle tentazioni della conoscenza. Lasciava gli amici e i parenti a sbrigarsela con l’inesplicabile teorema del proprio suicidio. La madre ne scrisse una tenera biografia in cui la grandezza di Alan appariva solo tramite le parole e le lodi dei suoi professori o di altri matematici famosi. Penosamente, neppure lei ne aveva capito l’originalità.

Il fascino  di Turing e delle sue riflessioni attraversa tutto il XX secolo in maniera molte volte sotterranea. Non è arrivato nessun principe azzurro robot  a svegliarlo dal suo sonno, ma a lui si sono ispirati Kubrick (per l’anno in cui ambientare la sua Odissea nello Spazio e, ovviamente, per il calcolatore HAL) e gli sceneggiatori di Blade Runner  per il test a cui vengono sottoposti i replicanti. L’omaggio più affascinante, tuttavia, è quello che, secondo alcune fonti, ha riservato ad Alan il colosso informatico creato da Steve Jobs, riproponendo su milioni di apparecchi elettronici un logo che ci ricorda l'ultimo gesto di Alan Turing, il primo dei visionari e dei folli nell'era della macchina che vi sta davanti in questo momento.

Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:

Il sito di Andrew Hodges: http://www.turing.org.uk/turing/index.html
La pagina di wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Alan_Turing
Può una macchina pensare? Discutetene col fake del Capitano Kirk: http://sheepridge.pandorabots.com/pandora/talk?botid=fef38cb4de345ab1&skin=iframe-voice
Il sito del centenario della nascita di Turing: http://www.mathcomp.leeds.ac.uk/turing2012/
Turing e la macchina Enigma: http://critto.liceofoscarini.it/critto/tur.htm

Alan Turing. Una biografia. di Andrew Hodges Ed. Bollati Boringhieri

sabato 8 ottobre 2011

A un vice vincitore nel pallone



Essendo il calcio un' opinione, nessuno potrà vietarmi di sostenere che esistono i fondamentali in campo e sono quell'insieme di abilità tecniche che riescono ad imprimere al pallone traiettorie obbedienti al credo degli allenatori, e fondamentali fuori dal campo. Questi (non meno aerei e di geometrica ripetizione) si basano sulla gamma ristretta di espressioni che accontentano da decenni tifosi e giornalisti nel dopopartita. Si potrebbe raccontare anche così la storia di Luciano Bodini, per luoghi comuni.

Nella stagione 1984/85 la magnifica Juventus di Platini e Boniek, Cabrini e Rossi, Tardelli e Scirea, si trova improvvisamente in crisi. Ha perso il derby col Torino ed incassato 4 gol a Milano con l’Inter. E', insomma, uno di quei momenti in cui ci vogliono i fondamentali: i giocatori si guardano negli occhi negli spogliatoi, si ripetono che si gioca in 11, ma  vince la squadra che fa più gol (che non è sempre quella più forte), si consolano dicendosi l’un l’altro che non erano fenomeni prima, ma non sono brocchi adesso e che il campionato è ancora lungo. E poi ci sono i giocatori della panchina, quelli che dopo aver messo in difficoltà il mister in allenamento devono farsi trovare pronti per il loro momento. E a mettere in difficoltà il mister, nel nostro caso Giovanni Trapattoni, è Luciano Bodini, eterna riserva della Juve, chiamato per scelta tecnica a sostituire il portiere titolare Tacconi.
Bodini sta per scrivere le pagine più belle di una incredibile carriera quasi esclusivamente vissuta da vicario, ma la sua storia non merita di aggirarsi tra luoghi comuni e negli anni ha preso a frequentare le stanze della poesia e della letteratura. Non faccio per dire. Il primo ad innamorarsi di lui, candidamente, fu Vladimiro Caminiti, che lo definì un cuore puro, da vero juventino. Negli anni si sono aggiunti Nicola Calzaretta che ne ha fatto il protagonista di un libro dal formidabile titolo “Secondo me - una carriera in dodicesimo” (ahinoi introvabile) e il poeta Fernando Acitelli, che gli ha dedicato una poesia inclusa nella raccolta “La solitudine dell’ala destra”.

Quando è chiamato a sostituire Tacconi, Bodini è alla Juventus già da 6 anni. Vi è arrivato venticinquenne nella stagione 79-80 dopo un paio di  brillanti campionati nell’Atalanta. È la riserva del monumentale Dino Zoff che di anni ne ha già 37. Ai mondiali argentini del 1978 il portiere della Nazionale aveva subìto da olandesi e brasiliani un paio di gol da oltre 30 metri e gli immancabili critici insinuano che cominci a mancargli la vista. Zoff, tuttavia, percorre il suo viale del tramonto con il passo di un imperatore in trionfo e, quattro anni dopo, al termine della stagione 1982/83, Bodini non ha ancora giocato un minuto in una gara ufficiale.  Rimane in panchina ad ascoltare dalla radiolina Ciotti che si scusa con Ameri e Luzzi che interrompe il racconto del rigore decisivo del campionato per avvisare urbi et orbi che, in serie B, la Sambenedettese ha accorciato le distanze. Bodini non si lamenta della situazione, è un bravo professionista, non fa polemiche, si allena due volte al giorno tutti i  giorni e la domenica si accomoda in panchina ad incitare i compagni e ad aggiornarli sui risultati dagli altri campi. Nel maggio 1983, a campionato ultimato, Zoff dà due annunci. Pubblicamente comunica ai giornalisti il ritiro dal calcio giocato e privatamente a Trapattoni il suo sta bene per far giocare “il ragazzo” nelle restanti partite di Coppa Italia. Il ragazzo ha 29 anni ed è proprio Luciano Bodini che può finalmente debuttare, indossando la maglia del titolare, con la Juventus. Bodini si tuffa, esce in presa alta, si distende a respingere un rigore, raccoglie i passaggi all’indietro (allora si poteva), rilancia l’azione dei compagni. È tra i protagonisti della vittoria  in Coppa Italia e, durante l’estate, anche di quella al Mundialito per club. Si può capire, così, come all’inizio della nuova stagione, Bodini mastichi amaro per la comunicazione di Trapattoni che annuncia il nome del nuovo portiere titolare: Stefano Tacconi. Uno bravo, ma ancora giovane e che ricorda più un moschettiere del re che un portiere.
Bodini torna a sedersi in panchina, anche se mette la sua firma sullo scudetto di quell’anno disputando 7 gare in sostituzione di Tacconi, infortunatosi ad un dito.

Nel novembre del 1984, quindi, Bodini è come quel tenente di Buzzati che presidia con pochi compagni la sua fortezza nel deserto di bordo campo. Alla decisione di Trapattoni che lo promuove titolare, però, per lui arriva l’intera Nazionale dei Tartari nella sua formazione più agguerrita. All’orizzonte dell’area di rigore Bodini vede presentarsi campioni come Socrates, Maradona, Vialli, Rush, Virdis, Galderisi, Elkjiaer, Pruzzo, Graziani, Altobelli, Rumenigge, Tigana, Giresse. Lui ne respinge gli attacchi tutte le volte che può. Dà sicurezza alla squadra, che si risolleva in campionato, debutta anche sul palcoscenico internazionale vincendo in gara unica la Supercoppa europea contro il Liverpool e segnalandosi tra i protagonisti nel passaggio dei quarti di finale di Coppa Campioni. Gioca anche le semifinali con il Bordeaux, respingendo a pochi minuti dalla fine un tiro di Tigana che avrebbe potuto portare i francesi ai supplementari. Con l’abitudine di stringere la maglia tra i denti per trovare la concentrazione e poco propenso a far parlare di sé, Bodini si dimostra un portiere di assoluta sicurezza tanto da mantenere il posto da titolare nonostante una frattura al naso rimediata contro la Sampdoria.
Alle sue spalle, però, quel Capitan Fracassa di Tacconi lavora duro e non solo in allenamento. Certo il rivale di Bodini è un ottimo portiere, ma è anche un personaggio dal carattere schietto e polemico: meglio di un ufficio stampa per ingraziarsi le simpatie dei giornalisti. Periodicamente Tacconi rilascia dichiarazioni sferzanti nei confronti del collega e si lamenta del trattamento a cui lo sottopone la Juventus. La società lo multa, tiene duro finché può, ma alla fine cede. La finale di Coppa Campioni di Bruxelles, quella della tragedia dell’Heysel, vedrà in campo Tacconi.

Bodini stavolta ci resta male davvero. Nessuno ha qualcosa da rimproverargli e quella finale se l’era guadagnata tutta. Ma il pallone spesso irride i meriti e fa rotolare lontano la gratitudine. Non sarebbe rotondo. Luciano pensa di lasciare la Vecchia Signora, ma Boniperti, con cui ha un rapporto quasi filiale, lo convince a rimanere, riconosce la sua importanza per la squadra. Finisce, lui che era famoso per la sua parsimonia, per assicurargli i premi partita come a un titolare. Bodini rimarrà in bianconero fino al 1989. In quelle dieci stagioni, tra campionati e coppe ha disputato 45 partite subendo 35 gol. Per altre 300 volte si è accomodato in panchina che è diventata per lui un luogo di disciplina in cui tenere a bada i sogni, narcotizzare le aspettative e preparare il gesto, rapido, ma definitivo che appartiene a qualsiasi artista: provare il proprio valore nel breve spazio di tempo che la sorte gli ha concesso.

La poesia che il poeta Acitelli gli ha dedicato recita:


Ci sarebbe voluta una tonsillite
di Zoff, perché tu una domenica
giocassi…
Che grado avevi? Di quale gloria
fosti “vice”?


Erano le uscite il tuo meglio,
ma 80 000 spettatori insieme mai
le videro…


Però tu, per me, ci fosti…

Luciano Bodini che ha saputo rialzarsi anche da momenti privati difficili, si è ritirato dal calcio giocato per allenare i ragazzini, perfezionare la propria passione per la pittura  e dedicarsi alla famiglia. Ha mantenuto una mirabile sobrietà anche quelle volta in cui è stato chiamato a commentare le controverse vicende della sua amata Juventus. Perché “Erano le uscite il tuo meglio”, anche quelle di scena.

*Per questo post ho saccheggiato la memoria di mio fratello Antonio e di Giuseppe Tumino, due juventini convertitisi, mi pare, all'agnosticismo calcistico.
Ringrazio anche Giuseppe Pollicelli che, invece, mantiene tutta la fedeltà e l'amore che si deve ad una Vecchia Signora e che non si è tirato indietro alle richieste di un lupacchiotto giallorosso.

Fonti, ispirazioni, rimandi e fanatismi:
L'immancabile voce enciclopedica on line: http://it.wikipedia.org/wiki/Luciano_Bodini
Un'intervista a Bodini: http://ilpalloneracconta.blogspot.com/2008/02/luciano-bodini.html
Il racconto francese, leggermente di parte, della semifinale di Coppa Campioni: http://www.oldschoolpanini.com/2010/09/bordeaux-juventus-1985.html
La miniera d'oro storico statistica per gli juventini: http://myjuve.it


Secondo... me. Una carriera in dodicesimo di Nicola Calzaretta Ed. Libri di sport
La solitudine dell'ala destra di Fernando Acitelli Ed. Einaudi

giovedì 8 settembre 2011

L'astronoma che parlò con gli alieni

Spunti per la trama di un film di successo: Inghilterra, metà degli anni ’60. Una giovane astronoma (Julia Roberts) lavora con un radio telescopio alle direttive di un affermato professore (Donald Sutherland) che ha poca fiducia in lei e le assegna i compiti più ingrati.
Una sera, analizzando milioni di dati risultanti dalle osservazioni, è attratta da un segnale che quasi scompare nel rumore di fondo e che si  scopre essere stato generato da un tipo di stella mai osservato prima. Un affascinante giornalista (Hugh Grant) trova un nome accattivante per il nuovo oggetto cosmico e lancia la giovane astronoma  nell’universo delle celebrità con una intervista. Sei anni dopo, la giovane astronoma (sempre Julia Roberts, ma con la minigonna e un enorme paio di occhialoni scuri), si trova in Kenya per dirigere il lancio di uno dei primi satelliti artificiali dedicati alla radioastronomia. L’operazione è un successo e non appena il razzo sparisce per infilarsi in orbita terrestre, squilla il telefono. Sono i professori della Reale Accademia svedese (Robin Williams, Dustin Hoffmann, Nicolas Cage  e Marlon Brando in ologramma ricostruito al computer) che le comunicano che la scoperta del nuovo tipo di stella è stato premiato con il Nobel per la Fisica (una statuetta raffigurante Einstein a torso nudo, licenza poetica degli sceneggiatori a uso del volgare pubblico moderno).

Che ci crediate o no le cose sono andate esattamente così anche nella realtà per Jocelyn Bell, se si esclude il piccolo, ma decisivo particolare della telefonata che comunicava la vittoria al Nobel. Quella ricevuta da Jocelyn Bell diceva che il premio non era stato attribuito alla giovane astronoma, ma esclusivamente ad Anthony Hewish, il suo docente. Quei mattacchioni dell’Accademia  svedese, evidentemente,  nel 1974 dovevano trovarsi in difficoltà. Non c’era sottomano un rappresentante politico di un paese con eserciti in mezzo mondo a cui dare il Nobel per la Pace e non si trovava nemmeno una sconosciutissima poetessa lituana per quello alla Letteratura. E così decisero di esercitare il loro personalissimo humor sul premio alla Fisica. E scambiandosi compiaciute pacche sulle spalle decisero di assegnarlo alla scoperta delle pulsar (questo il nome del nuovo tipo di stella), ma di ignorarne la scopritrice. Il Nobel quindi, venne solennemente consegnato nella mani di Anthony Hewish che, come da consolidata tradizione accademica, al momento della premiazione non nominò nemmeno la sua giovane assistente.

La Bell non se la prese a male per la decisione della Reale Accademia Svedese. Di fronte alle polemiche che ne seguirono, si limitò ad osservare che in quegli anni si dava per scontato che la scienza fosse guidata da persone di sesso maschile  e in camice bianco e che lei, in fondo, era solo una studentessa.  Tanto più che nell'anno del Nobel aveva appena avuto un figlio. La ricercatrice si lmitò a realizzare che “i maschi vincono i premi e le giovani donne badano ai bambini”.
Una lezione di understatement che, tuttavia, non rende giustizia alla grandezza del personaggio. La Bell, infatti, era nata nel 1943 in una famiglia non agiata dell’Irlanda del Nord, di rigida fede quacchera. Il padre, contrariamente ai costumi del tempo, si preoccupò di farla studiare e nel 1967, Jocelyn ottenne il dottorato a Cambridge sotto la supervisione di Hewish. Il professore la coinvolse in uno stimolante progetto di ricerca che prevedeva anche il compito di costruire un radio telescopio. La Bell, armata di martello e cacciavite mise insieme 125 miglia di fili e cavi su un area grande come 57 campi da tennis.

Jocelyn fu, infine, incaricata di analizzare i dati prodotti dal radiotelescopio. Centinaia di metri di carta, in cui la giovane ricercatrice fu capace di individuare una traccia che occupava poco più di due centimetri.  Era un segnale pulsante e regolare, come se provenisse da una fonte intelligente. La Bell ed Hewish lo battezzarono, spiritosamente ma non troppo, LGM, acronimo che stava per “little green man”. Non si trattava, però, di omini verdi, ma dei resti di una stella collassata e densissima (si pensi che in una pulsar l’intera massa del Sole è contenuta in una sfera del diametro di 10 chilometri), in rapidissima rotazione su sé stessa. Per capirci: se il cielo stellato fosse una cartolina ricordo di un luogo di mare, le pulsar sarebbero il faro austero che spazza ritmicamente il paesaggio con la propria luce. Un giornalista richiamato dal clamore della notizia e dal fatto che l’autrice principale della scoperta fosse una giovanissima ricercatrice diede a questa nuova classe di stelle il nome di pulsar, definizione che venne adottata dalla comunità scientifica. 

Dopo quella scoperta e il mancato Nobel, Jocelyn Bell ha ottenuto numerosissime cattedre e riconoscimenti, impegnandosi anche in attività divulgative. È un singolare caso di scienziato credente, poiché occupa una importante posizione nella Comunità dei Quaccheri, ma si esprime in merito con prudenza e riserbo, gli infallibili annunciatori dell’intelligenza: “Fin dall’adolescenza ero alla ricerca di una prova dell'esistenza di Dio e naturalmente non l’ho  trovata.  Gradualmente ho maturato il sospetto che  siamo destinati a non avere prove e ad agire senza di esse, sulla probabilità e, in definitiva, con un  'non so' come pensiero di fondo. Ho preso la decisione consapevole di adottare l'ipotesi che c'è un Dio, di seguirla e vedere cosa succederà. Non ho ancora sentito il bisogno di abbandonare tale ipotesi, ma potrebbe accadere, chi lo sa?”

La scoperta delle pulsar è una delle più importanti di sempre nel campo dell’astrofisica. Comportandosi come un orologio atomico queste stelle possono essere utilizzate come precisissimi cronometri spaziali per misurare, ad esempio, il rallentamento della rotazione terrestre. Esse dimostrano sperimentalmente la relatività generale postulata da Einstein e l’esistenza delle onde gravitazionali. Oltre, ovviamente, al fatto che gli alieni esistono davvero e che parlano con un marcato accento svedese.



Fonti, rimandi, fanatismi ed ispirazioni:

La pagina di Wikipedia dedicata alla Bell: http://it.wikipedia.org/wiki/Jocelyn_Bell
Un'intervista della BBC su scienza e religione http://www.bbc.co.uk/religion/programmes/belief/scripts/jocelyn_bell_burnell.html
La pagine nell'enciclopedia delle donne: http://www.enciclopediadelledonne.it/index.php?azione=pagina&id=121

Seconda stella a destra. Vite semiserie di astronomi illustri di Amedeo Balbi Ed. De Agostini

venerdì 29 luglio 2011

Tra Achab e Kirk: Il capitano Ernest Shackleton



Thoralf SØrlle era il direttore della remotissima stazione baleniera di Stromness, nella Georgia Australe. Un uomo avvezzo alla macellazione, al gelo mischiato di fumo e di grasso, ai tetri fusti in metallo per la conservazione dell’olio, alle maniere dei marinai. La persona di fronte a lui aveva la barba lunga e i capelli che gli arrivavano alle spalle, la faccia nera e i vestiti laceri. Quando lo sentì parlare, SØrlle scoppiò in lacrime. Quell’uomo aveva detto: “Mi chiamo Ernest Shackleton”.

Seicentocinquattonto giorni prima, l'uno di agosto del 1914, il capitano che portava quel nome levava l’ancora da Londra a capo della Imperiale Spedizione Antartica. Era diretto verso l’Antartide, una terra incognita, più vasta dell’Europa, per tentarne l'attraversamento da mare a mare, partendo da est.
Shackleton era un veterano dei ghiacci del sud e qualche anno prima aveva mancato di appena 80 miglia il traguardo di essere il primo uomo a raggiungere il polo.  A 3 anni da quel fallimento riuscì nell’impresa Amundsen e, dopo pochi giorni, anche Scott, che vi perse la vita. Al carattere avventuroso di Shackleton non restava che questo grande progetto dell’attraversamento del Continente bianco. Shackleton, che i suoi uomini chiamavano semplicemente il boss, partì  a capo di un equipaggio di 27 persone tra marinai, cuochi, artisti, scienziati, un clandestino poi promosso cambusiere e una muta di 69 cani da slitta. Curiosamente aveva aggregato all’equipaggio anche l'attrezzatura fotografica del regista free lance Frank Hurley, ma non una radio trasmittente, considerata all’epoca un affare di poca utilità, nonostante avesse già salvato centinaia di vite umane nei giorni del Titanic.

La nave su cui salparono si chiamava Endurance ed era uno degli ultimi capolavori dei maestri d'ascia norvegesi, costruita con tronchi che avevano già in natura le curvature necessarie all'uso navale e propiziata ponendo una moneta da una corona sotto l'alberatura.
L’Imperiale Spedizione Transantartica fallì ufficialmente a poche settimane dalla partenza, il 19 gennaio 1915, per un caso imprevedibile. Mentre viaggiava nel mare di Weddel e a sole 80 miglia dall’Antartide, l'Endurance si trovò stretta da enormi lastre di pack spinte dal vento e rimase imprigionata, a voler leggere dal dario del magazziniere di bordo: “in mezzo ai ghiacci, come una mandorla in una tavoletta di cioccolato”.
L'Endurance
Gli uomini, nei primi mesi, rimasero fiduciosi in attesa del vento che avrebbe spazzato via i blocchi ammassatosi intorno all’Endurance. Quando il primo maggio, tuttavia, iniziò l’inverno australe e la lunga notte polare, Shackleton non nutrì più speranze sulla sopravvivenza dell’imbarcazione. L'equipaggio si preparava ad affrontare sulla nave mesi lunghi e bui con temperature che scesero fino a 45 gradi sottozero. L’agonia della Endurance fu maestosa. Le foto di Hurley ce ne mostrano lo spettro fluorescente nel ghiaccio della notte artica. Il 27 ottobre 1915 la pressione del pack sullo scafo divenne insostenibile e l’Endurance si piegò, squarciata su un  lato. Gli uomini abbandonarono la nave, che si inabissò il 15 novembre.
Le correnti, nel frattempo,  avevano portato l’equipaggio alla deriva per più di mille miglia nautiche verso nord ovest, lontanissimi da terre abitate e dalla loro meta, nei cui pressi si sarebbero aggirate eventuali squadre di soccorso. Shackleton diede l’ordine di salvare dalla nave le provviste, i cani, il materiale fotografico e le tre scialuppe di salvataggio. Prigionieri su un blocco di ghiaccio di qualche chilometro quadrato, con temperature sempre sotto lo zero, i 28 sopravvissero con una dieta basata su carne di pinguino e la costante minaccia del congelamento e della cecità da neve. Per mesi  la corrente portò alla deriva Shackleton e i suoi uomini in condizioni sempre più estreme, tanto che il boss fu costretto ad ordinare l'abbattimento degli animali per risparmiare provviste e alleggerire il carico.
L'iceberg su cui si erano accampati e su cui avevano trascinato con enorme fatica le tre scialuppe, si assottigliava sempre di più e il 9 aprile 1916 Shackleton dispose di salire sulle imbarcazioni per rimettersi in mare. Saranno 5 giorni di navigazione terribili, tutti trascorsi ai remi e alle vele senza chiudere occhio. Shackleton cambierà rotta per quattro volte, costretto dalle correnti avverse. La destinazione finale fu l’isola di Elephant, un luogo remotissimo e inospitale, mai visitato dagli uomini. La malridotta Imperiale Spedizione Antartica toccava terra dopo 497 giorni. 
L’isola di Elephant si rivelò presto per quello che era: un enorme scoglio innevato,  spazzato da venti gelidi ed impetuosi. Il tratto di costa che accoglieva gli uomini non era più largo di trenta metri e profondo quindici. Tutti sapevano che il resto del mondo che ancora si ricordava di loro, li aveva dati per morti.
La partenza della James Caird
A Shackleton fu subito chiara la necessità di ripartire prima dell’arrivo dell’inverno per portare soccorsi. Si imbarcò il 24 aprile del 1916 con 5 compagni sulla scialuppa "James Caird", una nave di sette metri di lunghezza, con l’obiettivo di raggiungere la Georgia Asutrale, un'isola di circa 20 Km di lunghezza  a oltre 1.500 chilometri di distanza.
Per centrarla avevano a disposizione solo un sestante ed un cronometro, con cui il navigatore di bordo Frank Worsley provava a tracciare la rotta quando le nuvole lasciavano intravedere il sole. Potrà farlo solo per cinque volte, attraversando uno dei mari più tempestosi al mondo dove le onde si sollevano ordinariamente per oltre 7 metri, fino a raggiungere spesso i 20. Una di queste onde, di altezza tale che inizialmente Shackleton la scambiò  per una schiarita all’orizzonte, si abbattè con furia sulla Caird. Gli uomini lottarono per ore per togliere l’acqua da bordo e riportare lo scafo e se stessi alla vita. E lotteranno contro temporali e gelo fino all’8 maggio quando, con un capolavoro di perizia nautica, avvisteranno le coste della Georgia Australe. Un vento a 150Km/h proverà a sbatterli contro le scogliere, ma con una manovra ardita approderanno il 10 maggio 1916 alla Baia di re Haakon. Non era l’ultima fatica di Shackleton.

L’approdo, infatti, distava una decina di miglia in linea d’aria dalla base baleniera e il boss, lasciati i tre uomini più stanchi sulla piccola spiaggia di approdo, percorse con due compagni, per la prima volta al mondo e senza nessuna attrezzatura, la catena di monti e ghiacciai che lo separava dalla salvezza. Si presenterà così allo sbigottito SØrlle.
Messi in salvo i 3 della Baia Di Re Haakon, Shackleton organizzò ben 4 spedizioni per recuperare i superstiti dell’isola Elephant, che nel frattempo attendevano sopportando un inverno rigidissimo e tribolazioni di ogni genere. Solo ad agosto la banchisa lascerà passare il rimorchiatore cileno Yelcho con a bordo il boss.

Il 30 agosto del 1916 sull’isola Elephant era un giorno plumbeo come sempre. L’artista George Marston si trovava su un picco per disegnare il paesaggio intorno quando si accorse di un filo di fumo all’orizzonte.  “Tutti bene? Tutti salvi?” sono le parole che il boss rivolge dall’imbarcazione di soccorso ai suoi. “Tutti bene” gli rispondono gli uomini sull’isola, che contro ogni logica non avevano dubitato mai della salvezza.
Tutti bene? Tutti salvi?
A bordo del vapore Yelcho quegli uomini si lasciavano alle spalle il vasto silenzio del desolato sud  che avevano abitato per oltre due anni. Dietro di loro, nel tepore della salvezza, si scioglieva un tipo d'uomo e affiorava minaccioso un secolo che avrebbe annullato il gesto individuale per preferirgli l’organizzazione di tipo militare, sostituendo la responsabilità personale con il dovere astratto. Negli stessi mesi in cui Shackleton lottava con fede disciplinata (certamente di radice vittoriana) contro una Natura dello stesso tipo che si parò di fronte all’Islandese di Leopardi e ne prendeva a schiaffi la faccia attonita, salvando tutti i suoi uomini, stupidi generali a cui abbiamo dedicato piazze e monumenti utilizzavano noncuranti i loro uomini come quantità da mandare al massacro per conquistare col sangue un palmo di terra che avrebbero perso il giorno dopo, a un prezzo di sangue ancora maggiore.
L'avventura dell'Endurance, nel congedare un epoca, parla oggi un linguaggio, per usare un termine più insidioso dei ghiacci antartici, religioso. Il capitano che torna a riprendere i suoi uomini che lo attendono anche quando la logica imporrebbe la disperazione è la potente metafora di ogni fedele che salmodia al buon pastore, al dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, a colui che tra i 99 nomi ha quelli di chi provvede e vigilia.
La nave di Shackleton che si avvicina alla terra desolata e promette di nuovo casa ed abbracci e tabacco profumato e cibo dolce e poi di nuovo avventure, non naviga sui mari del Fato o della Necessità come quella di Ulisse. E' l’immagine commovente (come le piccole, dolcissime, inutili, luci che nell’infanzia ci ponevano accanto al letto, per non aver paura) che ognuno dei 28 uomini della spedizione e tutti noi, in fondo, vorremmo si svolgesse sotto le nostre palpebre chiuse nel momento supremo; quando nel buio che ci avvolgerà aspetteremo di vedere apparire qualcuno che eroico ed ostinato verrà a salvarci.
L'Imperiale Spedizione Antartica



Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Tutta l'avventura dell'Endurance (in inglese):
http://www.antarcticconnection.com/antarctic/shackleton/index.shtml
Le foto di Frank Hurley, su carta Kodak: http://www.kodak.com/US/en/corp/features/endurance/
"South" il libro di memorie, in inglese, scritto da Shackleton:
La puntata di Superquark dedicata alla spedizione: http://www.youtube.com/watch?v=iX6d8PGbUWQ

Endurance. L'incredibile viaggio di Shackleton al polo sud di Alfred Lansing ed. TEA






martedì 5 luglio 2011

Musica per giovani Arieti: il secondo album del 1973 di Franco Battiato

Anno di lotte, il 1973 in Italia. Lottano i giovani di destra e di sinistra per le strade, lottano i fratelli Mattei prima di finire avvolti dalle fiamme a Primavalle, lotta Franca Rame per sfuggire al rapimento e allo stupro di gruppo, lotta, non si sa bene a nome di chi, l’anarchico che fa esplodere una bomba assassina alla questura di Milano.  

Nel campo della scena musicale che allora si diceva alternativa, lotta anche un ventottenne Franco Battiato, che aveva già appassionato e diviso la critica con le fascinazioni genetiche di "Fetus", il suo primo album. Il giovane compositore si butta a capofitto nel 1973 con i furori ambientalisti di "Pollution", un album che raggiunge i primi posti in classifica e che viene portato in tour con folli happening che spaziano dal Festival di Re Nudo al Be In di Napoli. Gli echi di quella musica fanno gridare al genio persino Karl Heinz Stockhaushen e Frank Zappa. Nel clima movimentista, però, Battiato si trova a disagio e cova un malessere profondo. La sua lotta, così, diventa interiore. Si trova, un giorno, a New York, in una stanza d’albergo dove tutto gli appare di plastica, dal cielo alla razza umana “che non ha mai avvertito la pochezza vertiginosa del suo stato, l’assurdità di un’esistenza meccanica”. Deve decidere se suicidarsi o continuare a vivere. Sceglie in un certo senso entrambe le cose e congeda alla fine del 1973 il suo secondo album di quell’anno:  Sulle corde di Aries, un inno di appartenenza e di liberazione, “un viaggio terapeutico di pulizia, un disco psicoanalitico” in cui la memoria seleziona tra le cose irrimediabilmente perdute quelle che mantengono ancora un nucleo vitale, salvandole dalla furia del tempo e caricandole di valori, parola su cui non a caso fa perno l’intero disco.
Sulle corde di Aries è un lavoro destinato a spiazzare del tutto il pubblico di allora e non lascia alcuna traccia di sé nelle classifiche di vendita. Il nuovo Battiato ripropone per il suo disco il sintetizzatore, che non viene però più utilizzato come un giocattolo, ma come una vera e propria macchina del tempo sonora. A raffinare l'opera si affida per la prima e unica volta nella sua carriera a musicisti e suoni jazz, utilizzati in maneira del tutto originale, come un latino per chiamare i fedeli al tempio.
Sulle corde di Aries si apre con “Sequenze e frequenze” un brano dall’incipit sinistro e cigolante, da cui affiora la lama di una voce solenne e lontanissima, emersa dalla tempra ancora incandescente di umori sentimentali: “la maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare.” Con queste parole per la prima volta Battiato dà le spalle al suo pubblico e addita qualcosa di lontano e vagamente pauroso. Per farsi coraggio, dopo le sequenze autobiografiche, ci si sintonizza su frequenze sonore plasmate da tamburelli, synth in cui pare di indovinare i motori di una nave, campanelli, gocce d’acqua, trilli per oltre 10 minuti che potrebbero sembrare 100 e che evitano le tentazioni sinfoniche di tanto progressive contemporaneo. Qualcuno parla di influenze minimaliste, ma ignora che si tratta più probabilmente di un battesimo.
Il lato B dell’album comincia con "Aries" un brano strumentale in cui sembra di cogliere nelle improvvisazioni jazzate il balzo dell’Ariete che celebra la primavera e la nascita di Venere. Segue il brano più toccante dell’album:  "Aria di rivoluzione" un lavoro controcorrente che introduce il motivo autobiografico e memoriale del padre emigrato in Abissinia per svolgere il lavoro di autista. Sono gli anni in cui l’Europa conosce l’orrore della seconda guerra mondiale e le sirene d’allarme si erano sostituite alle canzoni nello scandire il tempo delle popolazioni in guerra.
In Aria di rivoluzione quegli anni lontani sono sovrapposti alla contemporaneità che non riusciva a tenere a freno la violenza di certi estremismi e, come reazione, si individua nella propria generazione il desiderio di nuovi valori che non passano da rivoluzioni armate e dalle conseguenti rappresaglie.
È come se nel pieno della guerra civile che interessava tanti (troppi) suoi coetanei, Battiato chiamasse a raccolta sensibilità affini per incitarle ad una rivoluzione liberatoria e condannando con lucidità critica gli eccessi violenti di quel tempo. Il richiamo ai valori, si diceva, sembra il cardine del disco. A sentirla pronunciare è una parola che suscita subito l’immagine di qualche allegorico guerriero scolpito in basso rilievo. Qualcosa che si guarda di profilo e che il giovane Battiato affronta di petto, tagliando i ponti col passato recente e riallacciandoli con un passato addirittura prenatale.
È curioso notare come  Aria di rivoluzione, a distanza di quasi 40 anni dalla sua pubblicazione, abbia mantenuto intatta la vitalità passando da invito a frenare gli istinti sanguinari e ciechi di tutta una generazione a rappresentare uno scossone per le nuove generazioni in letargo, additando loro i valori della profondità e della ricerca.
La musica per giovani arieti del 1973 si chiude con “Da oriente ad occidente” dove radio Tirana e le cavigliere del katakali sembrano suonare davvero e non sono solo evocate. Ritornano l’immagine primaverile di Venere, i segnali che manda la Terra, il desiderio di partire allontanandosi dal padre (che è poi soprattutto la patria, la Sicilia).
Come si è visto “Sulle corde di Aries” è un album seminale per la carriera di Battiato, i cui temi fioriranno qua e là nella produzione futura del musicista siciliano. Forse per questo risulta abbastanza trascurato nella sua produzione. A me pare, invece, il classico disco che non può mancare nella discoteca di chi ama la musica.
Enzo Di Mauro, non del tutto a torto, ha ritenuto di riassumere la carriera di Battiato come quella del rivoluzionario mancato che “ha perduto, ma ha vinto come emblema, come stemma, come icona di un’epoca che egli ha creduto di maledire”. Questo tipo di critica, però, deve fare i conti con questo album inattuale e atemporale. Con Sulle corde di Aries Battiato sale sul monte più alto e soffia un lungo richiamo in un corno di Ariete, prima di consegnarsi ad una ricerca dapprima freddamente intellettuale e poi sempre più elitaria, fino a riemergere come dissacrante icona pop di successo e poi ancora, fino a condursi nell’olimpo della musica italiana con "Fisiognomica". L’album in cui trovano compimento artistico i temi siciliani, della decadenza di oriente ed occidente, della ricerca spirituale. Ma a questo punto appare chiaro che parliamo di una vetta raggiunta issandosi sulle corde di Aries.
 

martedì 7 giugno 2011

La scomparsa di Franco Rasetti

 
I Ragazzi di Via Panisperna. Rasetti è il secondo da destra.

Indagando sulla scomparsa di Ettore Majorana, Leonardo Sciascia ipotizzò che il matematico avesse presagito i possibili effetti distruttivi delle sue scoperte sull’atomo e per questo si fosse nascosto per sempre in qualche convento. Lo scrittore di Racalmuto non sapeva, forse, che tra i giovani esploratori del nucleo atomico di Via Panisperna, ve ne era uno che ebbe la stessa lucida visione e decise di scomparire, seppure a suo modo e in circostanze molto meno misteriose, per analoghi motivi: si chiamava Franco Rasetti.

Rasetti era riuscito comunque a ritagliarsi una piccola parte nella storia della letteratura italiana. Da ragazzo, infatti, era solito frequentare la casa di Natalia Ginzburg che si ricordò di lui al momento di scrivere Lessico Famigliare. Con poche pennellate conosciamo quello che secondo il padre della scrittrice era un ragazzo arido, perché rimaneva ostinatamente indifferente a tutte le discussioni politiche. La Ginzburg, invece, seppe cogliere lo sguardo vivace e l’anima raffinata di un ragazzo capace di parlare tre lingue, di elencare il nome scientifico di migliaia di insetti (aveva imparato già a sei anni) e di scrivere dei bei versi dopo un’escursione in montagna.

In realtà la mente razionale di Rasetti non amava la politica perché era una disciplina in cui si poteva dire tutto e il suo contrario, senza possibilità di verifiche. Aveva la stessa opinione della filosofia, da cui comunque si congedò con un 9 alla maturità liceale. La materia in cui questo originale ragazzo aveva il voto più basso era fisica che trovava noiosa e a cui si applicava con difficoltà. Le leggi della materia tornarono a presentargli il conto qualche anno più tardi, quando era già iscritto alla Facoltà di Ingegneria. Ci vollero, tuttavia, i migliori atomi del tempo, quelli a base carbonio organizzati intorno al genio di Enrico Fermi. Rasetti rimase affascinato dal giovane coetaneo di cui divenne amico fraterno e, col senso di sfida che gli era proprio, si iscrisse a Fisica per colmare le sue lacune ed ascoltare le lezioni dello studente che ne sapeva più dei professori.

Ha inizio così un sodalizio che li vede protagonisti di scoperte strabilianti e scorribande goliardiche al limite della denuncia. Secondo i soprannomi che si diedero quei giovani ricercatori Fermi, il teorico, era detto per la sua infallibilità il “papa”,  mentre lo sperimentale Rasetti era “il venerabile maestro”. Il soprannome gli derivava dall’agilità con cui si muoveva in ogni campo del sapere umano. La moglie di Fermi lo ricordò in suo libro per la cultura enciclopedica che si divertiva ad ostentare con tutti. “Fantastico! Quindi voi non sapete che…” era l’espressione a cui era solito far seguire la citazione in lingua originale di uno scrittore europeo, la misura della superficie dell’Afghanistan, un concetto di fisica quantistica o qualche strana abitudine di un insetto.

In laboratorio era implacabile nel ricercare la perfezione e costruiva da sé e in economia le apparecchiature utili per gli esperimenti. La sua perizia tecnica consentì al gruppo di Via Panisperna di raggiungere risultati superiori a quelli dei colleghi che godevano di finanziamenti infinitamente superiori nel resto del mondo. Fu lavorando in solitudine negli Stati Uniti d’America e con strumenti auto costruiti che Rasetti si segnalò a nemmeno trenta anni alla comunità scientifica con importanti scoperte sull’effetto Raman.
Già dai primi tempi della sua carriera fu un convinto difensore della ricerca pura e non nutriva nessuna ansia sulle applicazioni delle scoperte scientifiche; non c’era esperimento che non potesse aspettare le lunghe vacanze estive o le escursioni sulle cime di tutto il mondo dove accompagnava Heisenberg, Fermi, Segrè e, più tardi, i suoi studenti. Dopo gli studi sull’effetto Raman tornò a Roma dove rimase, contribuendo a tutte le scoperte che valsero il Nobel a Fermi, fino allo scioglimento del gruppo.

Fermi e Rasetti
Pur rimanendo profondamente apolitico, era disgustato dalle leggi razziali e dall’Italia fascista. Emigrò nel 1939 in Canada, presso la piccola Università di Laval dove la parabola della sua carriera di scienziato divenne del tutto originale. Fermi lo aveva preceduto oltreoceano di qualche mese e i due amici non si sarebbero più rivisti, se non in un’unica e fuggevole occasione.

Non potendo assecondare la sua passione per l’entomologia (si accorse con orrore che per migliaia di kilometri quadrati i boschi del Canada ospitavano una varietà ristrettissima di insetti e quasi esclusivamente mosche e zanzare) si dedicò alla paleontologia, leggendo da autodidatta i libri che trovò alla biblioteca universitaria. Sviluppò questo interesse negli stessi anni in cui il mondo scientifico giocava una partita decisiva per il proprio futuro. Nel 1941, infatti, Rasetti fu invitato a partecipare ad un programma di ricerca che sarebbe confluito nel progetto Manhattan per la costruzione della prima bomba atomica. Da subito contrario alla compromissione della fisica con l’industria bellica e con il potere in genere (dichiarava spesso che “la scienza non può vendere l’anima al diavolo”) abbandonò gli studi sui neutroni e l’atomo per dedicarsi ai raggi cosmici, quelle particelle di energia provenienti dal sole o da altri corpi celesti che colpiscono la Terra. Anche in questo campo operò scoperte decisive. 

Rifiutando la scalata all’atomo, lasciò sul sentiero dei colleghi dei giudizi che pesano come macigni aguzzi. Queste le parole con cui ricorda quei giorni: “Dopo matura deliberazione declinai l’offerta, e poche furono le decisioni prese nella mia vita che ebbi a rimpiangere meno di questa. Ero convinto che nessun bene sarebbe potuto derivare da nuovi e più mostruosi mezzi di distruzione, e gli eventi successivi confermarono pienamente i miei sospetti. Per quanto malvagie fossero le potenze dell’Asse, era chiaro che anche i loro avversari stavano sprofondando, nella condotta della guerra, a un livello morale (o piuttosto immorale) simile, come testimonia il massacro di 200.000 civili giapponesi a Hiroshima e Nagasaki»
E ancora: “Devo ammettere che scoprire i segreti della Natura è tra le cose più affascinanti che ci possano essere. Ma può darsi che qualcosa sia insieme molto affascinante e molto pericoloso... Penso che gli uomini dovrebbero interrogarsi più a fondo sulle motivazioni etiche delle loro azioni. E gli scienziati, mi dispiace dirlo, non lo fanno molto spesso.” E per finire: "Tra tutti gli spettacoli disgustosi di questi tempi ce ne sono pochi che eguagliano quello dei fisici che lavorano nei laboratori sotto sorveglianza militare per preparare mezzi più violenti di distruzione per la prossima guerra"

Da questo giudizio severissimo, che gli creò non poche inimicizie, cercò di salvare l’amico di sempre Enrico Fermi. Tratteggiandone la vita in numerose opere commemorative, sorvolò sempre sull’impegno di questi a Los Alamos, con una eleganza pari a quella con cui conduceva gli esperimenti di laboratorio.
Avvertendo drammaticamente le responsabilità della scienza nei confronti delle sue stesse scoperte, Rasetti rinunciò progressivamente a proseguire le ricerche nel campo della fisica e si dedicò alla geologia e alla paleontologia, che trovava più consone al suo modo di intendere la ricerca.
Anche in queste discipline divenne presto un’autorità ed è decisivo il suo contributo allo studio del Cambriano, il periodo della storia della Terra in cui si sviluppò la vita acquatica. La paleontologia era un territorio appartato e disabitato, dove Rasetti poteva continuare a fare ricerca senza assilli e sfogando la sua furia classificatrice nella sistemazione di migliaia di fossili di trilobiti, alcuni dei quali scoperti da lui stesso per la prima volta. Per questi, che sono i primi esseri viventi a mostrare una certa complessità, propose classificazioni alternative che vennero presto accettate dai colleghi di tutto il mondo con cui si confrontava da pari e che lo interpellavano come si interpella un vate.

Un trilobita disegnato da Rasetti
Fu l’ultimo sopravvissuto di quei ragazzi che da Via Panisperna cambiarono non solo il mondo della fisica. Morì centenario in Belgio, nel 2001, dimenticato dal mondo della scienza moderna che lo considerava il prototipo dello scienziato del passato. Lui, che non concepiva una ricerca in cui lo scienziato non ha piena consapevolezza di tutti i momenti dell’esperimento e che in nome dell'integrità morale aveva rinunciato a premi e riconoscimenti (probabilmente anche al Nobel), si dedicò ancora alla fotografia e alla classificazione dei fiori alpini, trascorrendo magnifiche giornate a contatto di quella natura che amava più degli uomini.
Pare di poter leggere il pacifismo di Rasetti come il gesto estremo di un conservatore che ha compreso, forse per aver letto Faust, che nel corpo a corpo che l’uomo ha ingaggiato con la natura, la scienza ha inferto delle ferite mortali: quelle dell'oppressione del potere, dell’irrazionalità della guerra, del possesso demoniaco. Lui era disposto a scarcerare solo le impronte dei fossili dalla loro matrice rocciosa. Aveva scelto di abitare quel territorio sempre meno vasto e incorrotto che anteponeva la ricerca al risultato, la bellezza alla conoscenza, quello che ti rende soddisfatto per le simmetrie di un’orchidea di montagna o per l’insetto immortalato da milioni di anni in una goccia di ambra.

Fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Il sito dell'Associazione che ne conserva memoria http://www.francorasetti.it/
Note biografiche e il no al nucleare:  http://gircse.marginalia.it/sciascia/rasetti.htm
L'intervista realizzata da Judith Goodstein: http://oralhistories.library.caltech.edu/70/01/OH_Rasetti.pdf

Franco Rasetti. Una biografia scientifica di Cristiano Buttaro, Arcangelo Rossi Ed. Aracne

Il ragazzo di via Panisperna. L'avventurosa vita del fisico Franco Rasetti di Valeria del Gamba Ed. Bollati Boringhieri


giovedì 28 aprile 2011

L'inventore che trovò occupato il telefono della Fortuna


Se non si trattasse di un’esistenza reale, si potrebbe raccontare la storia di Antonio Meucci come un melodramma che scivola di tanto in tanto nell’opera buffa.
Il sipario si apre a La Havana, su un uomo con un elettrodo in bocca e dei fili attaccati alla testa. Ha appena ricevuto una potente scarica elettrica che lo ha fatto urlare con un grido da tenore. Accanto a lui si trova il protagonista della nostra storia, quello che ha scaricato alcune decina di volt sul malcapitato. Non è un aguzzino, ma un improvvisato dottore di elettroterapia medica. Si chiama Antonio Meucci e ha appena scoperto che l’elettricità può trasmettere la voce umana.
È l’autunno del 1849. Nello stesso istante, a diverse longitudini di distanza, in Scozia, Alexander Bell, che tutto il mondo celebrerà come l’inventore del telefono, è anche lui alla prese con degli urli. Sono quelli di un bambino di due anni e non può essere diversamente visto che quella è la sua età.

Ma cosa ci faceva un italiano a Cuba, a metà del diciannovesimo secolo? Meucci si trovava sull’isola ormai da 14 anni, un po’ esule, un po’ emigrato economico. Era nato nel 1808 in quartiere popolare di Firenze ed era stato doganiere, patriota liberale, carcerato per ragioni politiche, capo macchinista al teatro della Pergola, innamorato della giovane sarta Ester Mochi, che aveva sposato. Era stato, insomma, un giovane ostinato ed appassionato. Nel 1835, stanco del Granduca di Toscana e delle scarse opportunità lavorative, si imbarcò da Livorno con la moglie, accettando la scrittura di un impresario catalano per operare al teatro de La Havana, uno dei più grandi ed importanti al mondo. Grazie ad alcune sue trovate sceniche e agli studi di galvanizzazione che applicò ad accessori militari, ben presto Meucci diventò un uomo ricco. L’invenzione della macchina per l’elettroterapia per curare i reumatismi, infine, ne fece uno degli uomini più agiati e rispettati della capitale cubana. Nel 1850, tuttavia, i movimenti insurrezionali contro l’amministrazione coloniale spagnola costrinsero Meucci a trasferirsi negli Stati Uniti d’America. Si chiude qui il primo atto di una vita fino a quel momento fortunata.

La scena si sposta a New York dove Meucci e la moglie si stabilirono comprando un cottage a Staten Island. A New York l’inventore incontrò tanti connazionali esuli e diventò il loro punto di riferimento, impiegando parecchi italiani presso la fabbrica di candele che commercializzava grazie ad una sua personale procedura di produzione. Assunse come lavorante anche Garibaldi, già famoso ed in esilio, con cui strinse amicizia. Per un italiano che non sapeva parlare l’inglese, però, l’America non è un paese facile. Sono gli anni in cui la Commissione per l’immigrazione descrive gli italiani come persone “il cui carattere, che appartiene a un ordine di intelligenza inferiore, rende impossibile conservare gli ideali più alti della moralità e civiltà americana.” Sul  New York Times si possono leggere feroci descrizioni degli italiani che “hanno portato in questo Paese gli istituti dei fuorilegge, le pratiche degli sgozzatori, l’omertà della società del loro Paese, sono per noi un flagello senza remissione”.

In questo clima Meucci si muove col suo genio inesauribile, ma dimostrando i suoi limiti come uomo d’affari. La concorrenza, la diffidenza degli americani, le truffe di un faccendiere statunitense che promette di curargli gli interessi e gli procura solo creditori e una serie di rovesci economici, lo costrinsero a chiudere prima la fabbrica di candele, poi quella di birra che l’aveva sostituita. In poco tempo l’italiano ricco giunto da Cuba era ridotto sul lastrico. Come se non bastasse, negli stessi anni, la moglie si ammalò di una grave forma di artrite reumatoide. Le disgrazie, però, non abbatterono Meucci che continuò a mantenere Ester grazie ad una serie di brevetti (bevande gasate al gusto di frutta, fogli di carta particolarmente resistenti, sughi pronti per la pasta). L’idea fissa, tuttavia, era quella del telegrafo parlante di cui aveva avuto intuizione a Cuba e che perfezionava ogni giorno anche per tenere le comunicazioni dal suo studio alla stanza in cui la moglie era costretta a letto. Intorno al 1861 fu pronto il prototipo, che lui aveva battezzato “telettrofono” Siracconta che ad Ester toccò la prima battuta: "Meucci, come stai?" e il marito: "Vuoi che ti preparo gli spaghetti?". Un dialogo che cova, nella sua tenera banalità, l'embrione di miliardi di conversazioni all'apparecchio telefonico.

La condizione economica dei Meucci, tuttavia, era ormai prossima alla miseria e Antonio non possedeva i 250 dollari necessari al brevetto della sua invenzione. Il 30 luglio 1871, per di più, la fortuna continuò a guardare lontano, forse verso Cuba, che aveva raggiunto l’indipendenza, forse verso l’Italia anch’essa libera e una. Non di certo verso un anziano inventore italiano a bordo di un ferry boat diretto da New York a Staten Island. L’esplosione dei motori di bordo costrinse Meucci  ad una lotta di  tre mesi tra la vita e la morte. Ester nel frattempo, oppressa dai debiti, vendette ad un rigattiere per 6 dollari tutti i prototipi e i disegni sul telefono del marito. 
Meucci, tuttavia, aveva una vitalità straordinaria. Si riprese, realizzò nuovamente i suoi modelli e, grazie ad una colletta tra i connazionali, riescì ad ottenere un brevetto provvisorio sul telettrofono che rinnoverà solamente dal 1871 al 1873. 
Nel 1872, inoltre, Meucci consegnò i disegni del suo apparecchio al vicepresidente dell’American District Telegraph di New York che però non ne presagì le potenzialità, finendo addirittura per smarrire tutta la documentazione. Purtroppo per l’italiano, in quella stessa società  lavorava come consulente Alexander Graham Bell che nel 1876 presentò all’ufficio brevetti il proprio apparecchio telefonico che da lì a poco lo renderà il ricchissimo padrone di un impero delle telecomunicazioni. A Meucci non restò che la strada processuale contro “l’usurpatore Bell, il ladro di genio altrui”, come lo definisce in una sua lettera. Noi non saremo così severi con Alexander Bell. Il rivale di Meucci era in fondo un filantropo, speculare all’italiano in genialità e nello scarso fiuto per gli affari. Venne estromesso quasi subito dalle posizioni di potere della società che portava il suo nome e tornò a dedicarsi, con sicuro effetto ironico, ai sordomuti, gli unici che sarebbero rimasti divinamente indifferenti a tutto il can can sul telefono. 

Pur con il sostegno di tutta la comunità italiana a Staten Island, Meucci sarà costretto a lunghi dibattimenti processuali con Alexander Bell. È un processo di cui l’inventore italiano non vedrà comunque l’esito a causa della morte, avvenuta nel 1889 ad 81 anni di età. Nelle sue ultime lettere, ormai rassegnato, pare di poter avvertire più l’amarezza per la lontananza ultracinquantennale dall’Italia che non quella per lo scippo del telefono.
La paternità dell’invenzione che ha abolito gli spazi ed aperto le porte alla modernità rimane uno dei casi più discussi nelle aule di tribunale. Il processo si concluderà senza un vero vincitore, quando il Governo degli Stati Uniti deciderà di non dare più corso alla causa contro Bell. Quando parlano dell’invenzione del telefono, tuttavia, i libri scolastici, le enciclopedie, i manuali, i quiz televisivi di tutto il mondo ricordano solo Alexander Bell. Meucci, ad esclusione dell’Italia, è un nome ignoto ai più. Si deve agli studi e alla appassionata ricerca di Basilio Catania (recentemente scomparso) se il caso Meucci è stato riaperto. Solo nel 2002, ad oltre 130 anni di distanza dalla prima conversazione “telettrofonica” tra Antonio ed Ester, il Congresso Americano, spinto da nuovi documenti tecnici e storici e con l’impulso di diversi deputati italo americani riconoscerà ufficialmente il contributo prioritario di Meucci nell’invenzione dell’apparecchio telefonico. 
Mi piace pensare che nel regno delle anime trapassate Antonio Meucci sia riuscito a dipanare il filo che consente di comunicare con i vivi, potendosi consolare così del suo sfortunato transito terrestre e della gloria mancata e rendendo  anche quel mondo di ombre meno vasto e meno triste.



fonti, rimandi, ispirazioni e fanatismi:
Il sito di Basilio Catania:: http://www.chezbasilio.it/meucci.htm
La pagina di wikipedia:  http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_Meucci
La puntata dedicata a Meucci da La Storia siamo noi: http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=92
Il sito del museo Garibaldi - Meucci a New York: http://pub1.andyswebtools.com/cgi-bin/p/awtp-home.cgi?d=garibaldi-meucci-museum